AZZURRA

Azzurra è una diciottenne italiana in vacanza fuga alle Hawaii per un “fattaccio”: la catena via chat con una foto imbarazzante di lei diffusa per Milano. Azzurra e Andrea sono cane e gatto da sempre ma, ops, sono sullo stesso aereo direzione Honolulu in un viaggio che cambierà tutto. I flashback e gli incubi di Azzurra lasceranno presto il posto a bellissime avventure, tra un nuovo amore, amici internazionali, tanto surf, un pizzico di fashion e poke a tutte le ore.

Uno

«Come sarebbe a dire che non vieni? Mamma, dimmi che stai scherzando.»
«Tesoro, non so più come spiegartelo, mi dispiace ma non posso disdire!»
«Ma io come faccio, scusa?»
«A fare cosa? Mica stai per partire per i lavori forzati. Vai alle Hawaii, con Carla, la conosci da una vita. Dai amore mio…»
«Amore mio un corno! Bella fregatura che mi hai dato.»

Meglio non pensare alla litigata con mia madre, altrimenti mi sento male. Dovevamo partire insieme, avevamo i biglietti da mesi e poi all’ultimo: bang, il fulmine a ciel sereno. La notizia che arriva come una mazzata: «Azzurra, ci devi andare da sola!»
Che rabbia.
Era stata lei a organizzare questo stupidissimo viaggio alle Hawaii. Come se andare in vacanza al mare, dall’altra parte del mondo, significasse per forza divertirsi. Certo per lei è facile, per lei essere felici è una specie di must.
Vabbè, pazienza, tanto è inutile. Non ne esco. Lavoro, lavoro e ancora lavoro: che noiosa che è quando fa così. Quando si intestardisce che se non si occupa lei in prima persona dell’agenzia crolla il mondo. Prima compra il pacchetto Sole, relax e divertimento e poi mi piazza da sola sull’aereo!
Che cavolo.
«Signorina, per lei dolce o salato?»
Adesso ci si mette pure questa con le sue domande e il gran sorriso da dentifricio sbiancante.
«Niente, grazie.»
Ma c’è qualcuno che mi capisce su questa terra?
Che poi sono pure seduta all’altezza dell’ala, che sfiga.
Fuori s’intravede un cielo sereno, con poche nubi, vorrei tanto che il mio umore lo riflettesse, invece mi sento dentro una tempesta di fulmini e saette. Mamma sa del “fattaccio”, sa quanto sono stati bulli a scuola, se fosse partita pure lei avrei avuto almeno una spalla su cui piangere quando mi prende male. E invece mi attacco.
Il bello è che ha avuto persino il coraggio di dirmi “È pure un resort all inclusive!”
Sì, certo, basta aprire il portafoglio e tutto si sistema, vero? Magari fosse così, la carta di credito non è una bacchetta magica per tutto.
Ha insistito così tanto per farmi partire che non la sopportavo più: alla fine ho preso l’aereo praticamente per sfinimento. Mi bombardava. Ancora sette ore prima di arrivare a Honolulu.
Che noia mortale, che posso fare? Le cuffiette hanno smesso di funzionare almeno due ore fa. Niente musica, film inguardabili sullo schermo del sedile, niente di niente. Ho letto tutto d’un fiato quattro manga; poi ho provato a dormire, ma è impossibile, non ci riesco, non mi viene proprio sonno. Non posso nemmeno parlare con qualcuno. Le mie vicine dormono senza sosta praticamente da quando siamo decollati. A un certo punto ho temuto che fossero morte ma poi è arrivata la hostess con gli snack e si sono svegliate. Altro che morte: hanno divorato tutto in trenta secondi e si sono rimesse a dormire. Beate loro che hanno tutta questa fame e questo sonno.
Vabbè, vado alla toilette, almeno mi sgranchisco un po’ le gambe. «Scusi permesso, mi fa passare?»
Il corridoio è largo, ma la gente ci si piazza proprio in mezzo. «Permesso, Grazie.» Ma che fila c’è per il bagno? Dio mio, non ci credo.
Incrocio lo sguardo di una ragazza che avrà più o meno la mia età. Tiene in mano un dépliant. Sembra di quelli che si trovano sugli aerei, ma io ce l’avevo nella tasca del sedile? Non ci ho fatto caso. Forse era ben nascosto oppure non l’ho proprio calcolato. Vorrei tanto avere quel coso ora, giusto per distrarmi un po’. Chissà se è italiana. Aspetta ma… wow me lo sta porgendo!
«Vuoi dargli un’occhiata?» fa lei, sorridente.
«Be’ sì, grazie. Te lo ridò subito!» mi affretto a rispondere colta alla sprovvista. È un dépliant a quattro facciate molto colorato e scritto in inglese. Immagini di ballerine con gonnellini di paglia e ghirlande di fiori al collo. Aspetta aspetta… balli hawaiani? Wow! Lezioni in spiaggia… antica danza hula… nella splendida cornice dei tramonti di Honolulu. Improvvisamente mi sembra di essere lì. Ho come un breve flash in cui mi vedo anch’io sexy come le ballerine della foto. Ondeggio beatamente con movimenti lenti in riva al mare e, mentre l’acqua mi tocca i piedi, nell’aria risuonano canti piacevolissimi. Mamma mia, deve essere proprio una cosa fantastica!
«Scusa ma dove l’hai preso?» chiedo entusiasta alla ragazza.
«Era nella tasca del sedile, non l’avevi visto.» Assolutamente no. Neanche ci avevo guardato, che scema.
Tocca a lei entrare in bagno. Caspita, la danza hula deve essere una figata vera. Mi viene voglia di mandare subito un messaggio alla mamma. Lei sa benissimo quanto sono fissata con la danza. Vabbè, forse dovrei dire quanto ero fissata, dato che non la pratico più da, quanto sarà, almeno cinque anni. Lei mi veniva sempre a riprendere dopo gli allenamenti e partecipava a tutti i saggi con la sua reflex, regalandomi poi un bell’album con le foto che ci piacevano di più. Faceva fare la copertina ai grafici dell’agenzia. Erano veramente belli quegli album. Se ci penso mi vengono le lacrime agli occhi. Che poi non so neppure dove li ho messi.
La tipa del dépliant intanto esce dal bagno.
«Se vuoi puoi tenerlo.» fa lei con gentilezza. «Veramente? Ma a te non interessa?» chiedo un po’ imbarazzata.
«Ne ha uno uguale anche mia madre, tienilo pure, davvero, no problem!» Mi strizza l’occhio e scappa via facendosi largo tra la fila in attesa.
Do un’occhiata in giro: è il mio turno e la gente comincia a sbuffare e a guardami storto.
Mi osservo allo specchio del bagno e mi scopro più bianca che mai. Un colore che non ha nulla a che vedere con la bella carnagione delle ballerine delle foto che ho appena visto. I loro volti sembrano più sani, più belli. Sicuramente più sorridenti. Forse ero anch’io così una volta, tipo quando andavo al mare spensierata e mi divertivo un casino. E mi abbronzavo pure. Del resto quando hai dieci anni nessuno ti fa commenti sulle tue cosce. Poi improvvisamente quando sei al liceo certi coetanei stanno lì pronti a farti notare ogni cosa; che poi se ti metti il pareo è anche peggio. Be’ almeno alle Hawaii non mi conosce nessuno: vada come vada, si dimenticheranno presto della mia cellulite.
Sento un rumore alla porta. Ma chi è che bussa così forte?
«Signorina, tutto bene?» Ops in effetti è un po’ di tempo che sto qui dentro, saranno almeno dieci minuti che rifletto imparanoiata davanti allo specchio.
«Sì sì, adesso arrivo!» Meglio uscire prima che scatti qualche allarme. Mentre attraverso il corridoio per tornare al mio posto noto la ragazza che mi ha dato il dépliant, seduta di fianco a una signora che avrà l’età di mia madre. Parlano e se la ridono. Che bel quadretto. Invece mia mamma se ne sta a Milano a lavorare. Non le dirò proprio niente delle danze hawaiane, col cavolo che lo faccio. E pensare che volevo pure mandarle un messaggio appena atterrati. Tanto sarà troppo presa dalla campagna per il lancio del nuovo brand, sai quanto gliene importa di me. Brand, che parola “fashion”. Per me significa solo una cosa: macigno. Macigno che incombe su mamma schiacciandola di stress e acidità da yogurt. Ogni volta che è previsto il lancio di un nuovo prodotto mia madre Giulia si trasforma: occhi a palla, risposte a missile, capelli da pazza. Quando papà abitava con noi almeno avevo un complice per prenderla un po’ in giro. Invece ormai ho fatto bingo, me le devo beccare tutte io le ansie di mia madre elettrica, wow.
Se ripenso a quando i miei genitori mi hanno comunicato il divorzio mi viene un nodo allo stomaco.
È stato due anni fa, una sera di dicembre. Mi hanno convocato in cucina, mi hanno fatto accomodare al tavolo e poi, con un’aria da telegiornale, se sono usciti così: «Tesoro dobbiamo dirti una cosa» mamma ha preso la parola per prima «io e tuo padre ci siamo lasciati» il resto lo ha detto papà. Ricordo ancora il mio minuto di lutto in cucina. Dopo qualche giorno mio padre, Domenico, ha fatto le valigie e si è trasferito in Puglia per realizzare il suo sogno imprenditoriale. Da allora l’ho visto pochissimo… ci sentiamo spesso però. Mi manca un sacco. Le mie vicine di posto avranno preso il sonnifero, per forza, non vedo altra soluzione.
Mentre sto per risistemarmi sul sedile sento una voce alle mie spalle «Azzurra, tesoro! Vieni qui, dove vai?»
Oddio, la voce di Carla. Ora non sono in grado di reggerla, no, mi siedo qui buona buona e cerco “finalmente” di rilassarmi. Io non ho visto niente, e non ho sentito niente. Speriamo che… oh no, la vedo con la coda dell’occhio, si è alzata e sta arrivando. Porca miseria. No, no, lasciami tranquilla, non ti ci mettere pure tu, ti prego.
«Ciao bellissima! Ti ho chiamato, forse non mi hai sentito. Allora, come sta andando il viaggio?»
Carla ha un sorriso cristallino, il bianco dei suoi denti è quasi accecante. Devo ammettere che è proprio una bella donna: ha quarant’anni ma ne dimostra almeno dieci di meno. Forse saranno i suoi capelli lunghi e biondi e il viso liscissimo a farla sembrare tanto giovane. Che poi è pure simpatica e ogni volta che andiamo a trovarla con mamma ha sempre qualche gadget divertente da regalarmi. Però ha un difetto terribile: ogni volta che si avvicina mi fa l’interrogatorio. Su tutto. Mamma dice che lo fa perché mi adora. Eppure, dico io, se uno adora così tanto una persona, mica si mette a farle il quarto grado, no?
Sapevo che veniva pure lei in vacanza alle Hawaii; lei, suo marito, e quello lì, Andrea, spocchioso come pochi. Ma sapevo pure che almeno durante il volo sarei riuscita a tenerla a debita distanza per via dei posti che ci avevano assegnato. Invece, dall’inizio del viaggio, questa è almeno la terza volta che mi tormenta. E come sempre mi tempesta di domande, neanche fossi una bambina.
Lungo sospiro. Pazienza. Sfoggio un sorriso.
«Tutto ok, davvero, grazie non c’è nulla di cui devi preoccuparti. Voi tutto bene?»
«Sì abbastanza, veramente a me fanno un po’ male le gambe. Andrea sbuffa annoiato e mio marito è tutto concentrato sul libro che sta leggendo. Un giallo di duecento pagine… be’ almeno lui è preso da qualcosa.» mi fa lei, con un’espressione un po’ penosa. Mi sa che non se la sta passando un granché bene e forse è messa peggio di me. Deve pure sopportare Andrea! Mamma mia, meno male che sta seduto lì e non viene. Più guardo Carla, più mi fa tenerezza. Potrei darle uno dei miei manga. O anche due. «Vorresti uno dei miei fumetti?» mi esce all’improvviso.
Vedo che si accende un luccichio nei suoi occhi. «Magari tesoro, grazie!»
Neanche faccio in tempo a darle il fumetto che lei mi prende la testa e mi stampa un bacio in fronte. Oddio. Ecco un’altra cosa che non sopporto di Carla: i suoi abbracci stritola carne e i suoi baci intensi e improvvisi sulla testa. Mamma ci ride su. Sì ok, sarà anche tenera e affettuosa, ma io non sono un pupazzo!
«Scommetto che non vedi l’ora di iniziare il corso di surf!»
Cosa? Ma che sta dicendo? «Ehm, ti stai sbagliando, io non farò nessun corso di surf. Non è nei miei piani, grazie.»
«Ma come, Giulia ti ha anche iscritta, me lo ha detto lei. Pensavo che glielo avessi chiesto tu!»
Scuoto la testa. Sorpresa ma decisa a non fare nessuna attività che implichi mettersi in costume. Carla è totalmente colta alla sprovvista. E io sono assolutamente sconcertata. Sento che sta montando in me una furia incontrollabile.
«Mia madre non ha capito niente, niente!» sbotto. Sì, sto proprio sbarellando. «Mi piazza sull’aereo, mi iscrive ai corsi, fa tutto lei, nemmeno avessi otto anni. Cos’altro sai del mio viaggio, dimmi? Cos’altro si è inventata mia madre? Parla!»
Carla è sconvolta e anche le mie vicine, sveglie e vigili all’improvviso. Tutti mi fissano. Forse ho alzato la voce un po’ troppo. Giusto un poco. «Azzurra calmati, io non so altro, ti garantisco che tua madre mi ha parlato solo del corso di surf. Era entusiasta mentre me lo raccontava, forse ha pensato di farti un regalo iscrivendoti. Tutto qui.» Sento il cuore che batte forte e il viso gonfio e caldissimo. Devo contenermi, ho già destato abbastanza spettacolo.
«Ehi… pronta con la tavola? Ce ne sono anche di rosa pallido, sai?»
No, eccolo! Andrea è passato come una freccia, non l’ho neanche visto ma ho riconosciuto al volo la sua voce. Avrà sentito tutto e sarà venuto apposta per fare la sua battutina. Ma quant’è simpatico. Non ce la faccio più, davvero. Tutto mi rema contro. Tutto. Sto per piangere. No, no, non devo. Non voglio farmi vedere così. Soprattutto da Andrea.
«Azzurra, calmati dai, vado a prenderti dell’acqua, torno subito.» Carla mi fa una carezza e se ne va.
A me tocca suo figlio.
«Dai non fare quella faccia, vedrai che sarà divertente!» Andrea sta lì e sorride, con quei suoi capelli biondi un po’ spettinati e il naso all’insù. Si vanta sempre di avere il naso alla francese: per me è solo il naso di uno spocchioso che alza il mento per sembrare più bello. Tanto non lo è. No, non è per niente bello Andrea.
«Cos’è, una sfida? Decido io se fare surf o no. E in ogni caso spero proprio che avremo un istruttore diverso. Altrimenti puoi star certo che chiederò di cambiarlo.»
Lui scoppia a ridere. «Bella questa. Secondo me ti ricrederai, con te ci becco sempre.» risponde lui sarcastico; non fa per niente ridere.
«Su cosa scusa? Cosa stai dicendo?» sibilo io.
«Su tutto!» dice, e ha la faccia tosta di chiudere così mentre si gira e va via, facendomi pure l’occhiolino. Quanto è insopportabile. Non l’avrei mai detto, ma non vedo l’ora di arrivare a Honolulu. Non vedo l’ora che finisca questo dannato volo.

Due

Domenica 17 marzo 2019

Siamo arrivati. Dall’aeroporto, con la navetta, non c’è voluto un granché a raggiungere il resort.
Le mie vicine di aereo, alla fine, erano pure simpatiche. Abbiamo parlato parecchio durante le ultime due ore di volo: avevano un accento british marcatissimo e ne ho approfittato per fare un po’ di pratica con l’inglese. Il lato positivo di quest’esperienza negli States è che potrò perfezionare il mio inglese. Mi concentrerò su questo. Andrò in spiaggia la mattina presto, quando non c’è nessuno, e poi guarderò la televisione nella mia stanza. Non mi serve altro. Alla lunga mi lasceranno in pace, ne sono convinta. Carla sarà troppo presa dalle attività del resort per tormentarmi e Andrea pure, vada come vada farò del mio meglio per ignorare quel presuntuoso che si crede il più figo della terra.
Alla fine due settimane passeranno in fretta.
Sento il cellulare vibrare: la compagnia telefonica locale mi dà il benvenuto con un sms.
Sento il cellulare vibrare ancora e stavolta è mia madre, che mi chiede se siamo atterrati e come va. Sto per risponderle quando un elegante signore di colore si avvicina con un gran sorriso e mi prende i bagagli.
«Benvenuta signorina! Prego, si accomodi in reception per il check in. Io porterò le sue valigie in camera!»
É molto gentile. Prima di allontanarsi mi fa l’occhiolino e con un altro grande sorriso spalanca il braccio sinistro come se stesse aprendo il sipario di un incredibile palcoscenico.
E in effetti lo è. Caspita!
Con la testa china sul cellulare non mi ero ancora guardata attorno. Wow! Sono ai piedi di un immenso grattacielo. Non pensavo che alle Hawaii esistessero hotel del genere. Lo ammetto, l’idea del viaggio non mi piaceva e non avevo fatto un granché per informarmi. Guarda qui che posto, che eleganza! Certo che mamma, quando ci si mette, le cose le organizza proprio bene.
Mi consegnano le chiavi: camera 814. Però, è proprio in alto!
Presa dal lusso mirabolante dell’hotel ho perso di vista Carla e famiglia: chissà che camera hanno assegnato loro. In una struttura così grande non sarà facile incrociarsi, meglio così. Spero proprio che Andrea alloggi almeno a due piani di distanza dal mio.
«Azzurra, tesoro, eccoti!»
Fermi tutti, cambio di programma: l’ho nominata e Carla mi piomba da dietro che quasi mi fa prendere un colpo.
«Noi siamo alla 815 e tu? Ho chiesto di metterci in stanze vicine, sei contenta?»
Non ci credo: mai che si faccia i cavoli suoi. Sempre peggio direi.
«Ehm… sì. Felicissima.»
Cos’altro potevo risponderle?
«Mamma mia… che posto paradisiaco, hai visto Azzurra? È ancora più suggestivo di come appariva nelle foto che io tua madre abbiamo visto su internet. Che peccato che Giulia non sia potuta venire!»
Brava Carla, metti un altro po’ il dito nella piaga. «Ma ci sono io tesoro, anzi ci siamo noi, non essere triste.»
È proprio quel “noi” che non mi piace, possibile che non capisca?!
Prendo l’ascensore, triste un corno, sono arrabbiata come non mai.
Che cosa ci faccio io qui? Mi viene da piangere. Voglio bene a Carla, ma non è mia madre e la prospettiva che mi stia addosso tutto il tempo non mi piace. E sopportare suo figlio durante la vacanza sarà un’agonia.
Quando andiamo a cena da loro, mamma lo sa, c’è un timer: non più di due ore. È una tortura. L’ultima volta Andrea è stato almeno quaranta minuti a mostrarmi orgoglioso le foto del suo soggiorno studio a Londra con due amici. Abbiamo fatto questo, abbiamo fatto quello, ho conosciuto quella, ho avuto una storia con quest’altra. Ma a me, porca misera, che cavolo me ne importa?! Varco l’ingresso della mia stanza, mi guardo intorno. Almeno qui sono al sicuro. Solo io e… oh mio Dio, questo letto enorme. E questi asciugamani profumatissimi. E questa vista sull’oceano. Wow ma è strafigo qui! Afferro eccitata la brochure sul tavolino e scopro che la mia stanza è “deluxe”. Brava Mamma, forse un giorno ti perdonerò per avermi abbandonata. C’è un balcone tutto per me; ma cos’è quella: da qui si vede pure una montagna verde e rigogliosa. Che spettacolo!
La camera è immensa, semplicemente stupenda. E questo cos’è? Sembra un programma delle attività di animazione. Lezione di fiori, preparazione di ghirlande – no dai, no – Aspetta… Wow! Impara a suonare l’ukulele – che cosa sarebbe? – e ancora unisciti alle classi di danza hula. Questo suona bene!
Mi sembra d’impazzire! Qui posso scatenarmi con i balli. È incredibile. Mi assale il rimorso per tutta la rabbia che ho provato nei confronti di mamma. Povera. Prima di partire gliene ho dette di tutti i colori. Forse è meglio se le mando un messaggio un po’ carino. Se lo merita.

Ciao mamy il posto è stupendo :-)) fanno anche lezioni di danza hawaiana. Manchi

Tesoro sono proprio contenta. Anche tu mi manchi tanto. Divertiti pure per me! Ps ti ho iscritto a surf! :-))

Sì lo so, me l’ha detto Carla. Una lezione la provo. MA SE NON MI PIACE NON LO FACCIO!

Certo amore, tranquilla. Fa quello che ti senti. Danze hawaiane fantastiche! Se puoi manda qualche foto. Un bacio, mamy.

Mi sento un po’ meglio. Forse stare qui non sarà poi così male. Persino l’ascensore è figo: c’è un monitor che proietta un finto acquario. Magari l’hanno progettato così per chi soffre di claustrofobia.
Il bip di un altro messaggio.

Sto scappando da mia madre. Andiamo in spiaggia?

No, non ci credo: Andrea. Che pizza! Se vado in spiaggia con lui vedrà di botto tutta la mia pelle a buccia d’arancia. E sicuro farà qualche battuta scema. E comunque non ho per niente voglia di parlargli.

No, grazie lo stesso. Passo. Faccio un giro del resort e poi al tramonto vado a lezione di danza. Ciao.

Sistemato. Adesso faccio una bella doccia con questi flaconcini profumati ai fiori d’ibisco, mi metto qualcosa di carino e vado a vedere la piscina. E poi come da programma: danza hula.
Che bello, non vedo l’ora!
Bussano alla porta.
Sarà Carla che vuole accertarsi che è tutto ok. Apro la porta.
No, è Andrea. Di nuovo, questo è un incubo.
«Ma non dovevi andare in spiaggia?» riesco a dire tutto d’un fiato.
Non l’avevo mai visto in tenuta da mare. Ehm… e non sapevo nemmeno avesse un fisico del genere; voglio dire che è carino si vede ma…
Mi sa tanto che sto arrossendo… che situazione imbarazzante! Quei calzoncini azzurri poi sono splendidi, hanno lo stesso colore dei suoi occhi.
«Sì, sto andando ora. Mamma mi ha chiesto di passare a dirti che va alla spa per un massaggio. Poi vieni con noi a cena? L’idea è di provare il ristorante giapponese.»
«Sì, sì, certo, grazie. Poi vengo, mandami un messaggio per l’orario!»
«Ah dimenticavo» fa lui «questo è per te.»
Non ci credo. Andrea mi porge un bellissimo fiore giallo. È molto simile a quello disegnato sui flaconcini che ho trovato in camera.
Ma che gesto tenero!
«Grazie Andrea… mi hai stupita. A cosa devo questo regalo?»
«È in segno di pace. Non bisticciamo più, promesso?»
Oddio, praticamente sta sventolando bandiera bianca. Che storia… questa cosa mi disorienta… un po’. È che in effetti non saprei dire esattamente perché ci siamo sempre comportati da cane e gatto. Forse è stata solo antipatia a pelle.
Non saprei dire neppure chi ha iniziato per primo. Due scemi, insomma.
Be’, forse dopo anni di frequentazione forzata potremmo anche provarci. Una tregua ci sta, dai. Ecco, più che pace una tregua.
«Affare fatto, Andrea.» rispondo convinta. «Grande! Che bello.» fa lui, con il sorrisone, e aggiunge «Ho voglia di conoscerti di più, Azzurra.» Ah sì?
È la prima volta che non mi urta. Mi sa che gli ho pure sorriso. Sarà il luogo surreale ma magari chissà, forse riusciremo davvero a parlare con calma. Vabbè, meglio non illudersi.
«Non prendere troppo sole al tramonto, mi raccomando!»
Eccolo, c’era da aspettarselo. Fa la battuta, sorride e se ne va.
Ma perché tutti devono mandarmi in paranoia per la mia carnagione troppo bianca? L’anno scorso non sono andata al mare neanche una volta. E allora? Uffa. Vabbè, chiudo la porta, poso il fiore sul comodino e mi infilo sotto la doccia.
Il profumo d’ibisco è piacevolissimo. Mi sto proprio rilassando, finalmente. Poi potrei indossare il vestitino nero che ho comprato nel mio negozio preferito. Ha la gonna un po’ svasata e lo scollo orizzontale con le manichine arricciate. Lo adoro. Finisco di prepararmi e scendo in spiaggia puntuale per l’inizio della lezione di danza.
L’atmosfera è frizzante. Gente rilassata che chiacchiera sorseggiando cocktail di frutta, bambini che si rincorrono qua e là, personale del posto sorridente e dall’aria molto indaffarata.
Ecco l’insegnate. Deve essere lei, per forza, mi sta venendo incontro.
«Aloha mia giovane ospite! Benvenuta, raggiungi gli altri dai, cominciamo subito!» mi saluta in inglese con un sorriso luminoso. È davvero una bella ragazza.
Ma che fa? Sta tirando fuori da una cesta gonnellini di paglia e ghirlande. Due, tre, ce n’è per tutti. È proprio come nelle foto sul dépliant dell’aereo. Sembra un sogno. Mamma mia però, se mi vede Andrea è finita. Non vorrei che a cena facesse qualche commento spiritoso. Ma chi se ne frega! Indosso i costumi stile hawaiano e mi metto in posizione. Che musica soave. Muovete il bacino, ondeggiate così le braccia… Wow, mi sento una vera danzatrice hawaiana. Mi lascio trasportare dal suono dei canti locali e mi perdo con lo sguardo ora al mare, ora al cielo aranciato. Ha ragione Carla, è davvero un posto paradisiaco.
L’ora di lezione vola in un attimo.
La maestra di ballo ha dedicato del tempo ad ognuno dei partecipanti, correggendoci nei movimenti e incoraggiandoci. Sempre in modo dolce e accogliente. Per un attimo mi sembrava di essere tornata ai tempi felici delle scuole medie. Mi è salita una grande energia dentro.
Mi sento più carica che mai. Torno in camera, entusiasta per questo meraviglioso tramonto. Meglio che inizi a prepararmi per la cena però. Chissà se Andrea mi ha visto dalla spiaggia. Intanto mi ha mandato un messaggio: alle 9 davanti al giappo, ha scritto.
Bene, concediamoci anche questa cena.
Sono un po’ stanca per la verità. Sarà il jet-lag, sarà l’emozione della lezione di ballo, non lo so.
Ma ora il problema è un altro: cosa mi metto? E come mi trucco? Panico.
Dunque, vediamo un po’. Questo rossetto rosso mi piace un casino. È della mamma, era da un po’ che glielo chiedevo e me lo ha lasciato portare volentieri. Lo provo, vediamo come mi sta.
Wow. Riflessa allo specchio vedo un’immagine di me stessa completamente diversa. Più, come dire, audace. Sì vabbè, non esageriamo, bisogna essere proprio belle per indossare un rossetto del genere. No, lasciamo perdere. Rosa chiaro. E il mascara. Quanto all’abbigliamento, ci vuole qualcosa di assolutamente coprente. Ecco, questi pantaloni lunghi andranno bene.
E questa busta cos’è? C’è pure un biglietto: Regalo di mamma. Fammi aprire un po’. Non me lo aspettavo. Wow! Ma c’è un abito, ed è coloratissimo! Queste sfumature arancio e turchese sono top. C’è pure un giacchino. Caspita, chissà quanto lo ha pagato. Sono commossa, grande mamy! Vorrei metterlo, starebbe pure benissimo con quel rossetto. No, lasciamo perdere, stasera no. Finisco di vestirmi indossando il giacchino nuovo e mi dirigo al piano lobby, alla ricerca del ristorante giapponese. Chissà com’è il sushi qui alle Hawaii. L’ultima volta che sono stata al giappo ero con Stefania e Alessia, due amiche di scuola. Più o meno un mesetto fa, di domenica a pranzo, dopo quel mega ripasso di storia.
Ci frequentiamo dal primo anno delle superiori, abbiamo studiato insieme un sacco di volte. Abitiamo vicine a Milano, ne abbiamo condivise di esperienze. Noi tre e Giada. Peccato che da quando ho litigato con lei e il gruppetto di Ettore, Stefania e Alessia si siano un po’ raffreddate con me. Più Stefania però. No, infatti, Alessia no. Alessia è “neutrale”. Oddio se penso al rientro a scuola mi sale l’ansia a mille! Meglio che mi distragga…
Mi guardo un po’ attorno e finalmente trovo il locale.
Carla mi saluta da dentro, facendo cenno di raggiungerli.
Questa è la prima cena con loro senza mamy. Speriamo bene.
Il ristorante giapponese del resort è adorabile. Essenziale nell’arredamento beige, piccolo e dall’atmosfera intima e riservata. Il nostro tavolo è fighissimo, perché è molto vicino alla cucina, separata da un vetro trasparente che fa vedere tutto. Posizione top. Così se la conversazione è noiosa mi posso mettere a guardare lo chef e magari imparare una volta per tutte come si fanno i rolls. «Allora Azzurra, come va? Ti piace qui?» esordisce Carla, appoggiando una mano sulla mia spalla. «Tutto bene, grazie. Il resort è veramente stupendo e anche questo ristorante.»
«Sono contenta, tesoro. Hai avuto modo di vedere il programma delle attività?»
«Sì, prima in camera. Alcune cose le voglio provare.»
«Bene, bene» commenta Carla «infatti non sei obbligata a fare surf. Domattina potremmo andare insieme al corso di ghirlande. Che ne pensi, ti va?» «Carla smettila» interviene Andrea «ma come puoi paragonare il surf alle ghirlande?»
Che ridere, si è proprio urtato.
«Ma che t’importa, sono cose loro, lascia stare. Noi abbiamo il golf club, ragazzo!» si inserisce come un tuono il signor Dario, suo padre, fregandosi le mani tutto eccitato.
«Papà ma dai, ragiona, che cosa ti può dare un corso di ghirlande?» Andrea guarda i suoi totalmente incredulo.
In effetti io il corso di ghirlande non ho proprio intenzione di farlo.
«Grazie Carla, senza offesa ma no, non mi va.» mi esce di getto.
«Ah» fa Carla «va bene. Vuoi che proviamo altro?» Praticamente si sta mettendo contro Andrea pur di essere carina con me. Però, che gentile.
«È che… così su due piedi non saprei proprio. Scusa Carla, preferisco pensarci domattina.» mi sento di risponderle.
«Non ti preoccupare tesoro, domani ti mando un messaggio su dove sono, così se vuoi mi raggiungi, ok?»
«Ok Carla, grazie!» faccio io, ricambiando sinceramente il sorriso.
«Scialla mamma, rilassati per favore.» fa Andrea, sempre più irritato.
«Ancora con questo “scialla”?… Ma che lingua è?»
Carla odia troppo questo termine, che ridere, lo definisce “obbrobrioso”.
«Ordiniamo?» propone il signor Dario, mentre fa segno a un cameriere di avvicinarsi.
La domanda che mi ha fatto Carla mi getta un po’ nel pallone. Davvero non saprei da dove iniziare. E se lo provassi questo surf?
La cena prosegue tra chiacchiere e Uramaki dai nomi più fantasiosi. Alla fine il tempo è volato, siamo stati a tavola per quasi tre ore (un vero record con loro!). Andrea non ha fatto nessuna battuta sarcastica. Anzi, mi ha pure versato l’acqua un paio di volte. E poi prima di salutarci mi ha detto: «Ah comunque balli bene.»
Non ci credo. Mi ha vista davvero.
Che serata strana. Se raccontassi alla mamma che sono stata così bene solo noi quattro non ci crederebbe.
Prima di buttarmi sul letto ho fatto una scelta e ho mandato un messaggio ad Andrea: domattina mi passeresti a chiamare per surf? 🙂

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Laura Cristini

info@lauracristini.com